"Me ne stavo lì, a terra. Con un fiotto di sangue che si riversava su quel freddo e desolato marciapiede. Stavo crepando. Lo sapevo e non potevo farci niente, se non aspettare la morte..."


(da “L’inferno” di Sam Stoner)


venerdì 17 dicembre 2010

Natale in Noir - L'antologia con Sam Stoner




Eccoli, dunque, i magnifici dieci che hanno superato la prova per approdare sulle pagine di Natale in Noir, la prima antologia digitale con il “bollino di qualità” dell’Angolo Nero:


- Vito Bollettino
- Sandrone Dazieri
- Paolo Franchini
- Romano De Marco
- Sam Stoner
- Angelo Marenzana
- Ida Ferrari
- Gianfranco Ferrari
- Marco Vichi
- Frank Gordon

L'antologia è curata da Alessandra Buccheri e Paolo Gardinali

 
                                  ********

 


L'intera antologia è disponibile gratuitamente qui:
SMASHWORDS, dove potrete scegliere il formato: ePub - Mobi (Kindle) - Sony/LRF - Palm/PDB


E per chi prerisce il cartaceo, può acquistarlo a € 5.81 (si tratta di un puro un costo di produzione: nessun ricavato per gli autori né per i curatori) a questo link:
 
                            

Per la versione in PDF del racconto cliccate qui



Suicidio e resurrezione

di Sam Stoner



Questa è una storia vera. La storia di Luca e Anthony (nomi di fantasia), un padre e un figlio costretti loro malgrado a vivere un incubo senza fine.
Qui non troverete nulla di esoterico o di violento, ma solo una realtà impietosa e tragica capace di trasportarvi in luoghi dove il dolore dell’anima è la sola regola. Questa storia può avere finali diversi. Io ne ho esplorato uno, forse il più tragico, forse il più facile. Del resto, quando scrissi questo racconto il loro futuro era ancora sospeso. Ma il tempo, se abbiamo pazienza, ci dà le risposte, a volte benevole, altre crudeli. Tutto vi sarà svelato nelle ultime righe. Sempre che riusciate ad arrivarci.



La sveglia suonò alle sette in punto. Come ogni mattina. Fuori pioveva. La pioggia batteva sulle imposte chiuse tenendo il ritmo come un pigmeo pazzo in un rito funebre.
Luca rimase immobile tra le lenzuola calde. Luca era sveglio. Lo era da oltre otto ore, da quando la sera precedente se ne era andato al letto dopo aver scartato i regali insieme a suo figlio. Come sempre aveva fatto ogni vigilia di Natale. Rispettando la tradizione anche dopo che sua moglie Nicole lo aveva lasciato.
Non c’era giorno che non la ricordasse. L’amava. Ogni tanto accade che due persone si amino. Che decidano di sposarsi e condividere insieme un’intera esistenza. Ma il destino non era di questo parere: Che roba è? Amore?! Ma come, niente litigi, urla, parole lanciate come dardi mortali?
Il destino sbuffava e languiva. Il destino decise di prendersi Nicole. Un ictus alle 18,35 di un giovedì pomeriggio. Il terrore. La corsa in ambulanza. Il ricovero. Il chirurgo di turno vestito di verde, con mani ricoperte di peli e disinfettante, che al termine dell’operazione si avvicinava scuotendo la testa.
Dov’è quel fottuto cherubino che mi ha promesso eterno amore? Dov’è quel Dio che prego da quando ero bambino. Dove sei adesso grand’Uomo?
Luca avrebbe voluto gridare queste parole con tutto il fiato che aveva in gola. Ma riuscì a malapena a respirare. Gli dissero che il tempo avrebbe guarito ogni ferita. Una menzogna.
Gli occhi di Luca saettavano dentro quel corpo immobile disteso sul letto. I ricordi uccidono. È una morte lenta. Ora ne era consapevole. Erano passati otto anni. Aveva imparato a cucinare. A sbrigare le faccende domestiche e soprattutto, a prendersi cura di Anthony. Suo figlio.
Ora Anthony aveva diciannove anni.
Come ogni mattina Luca lo avrebbe svegliato. Lo avrebbe lavato e vestito. Gli avrebbe preparato la colazione. Lo avrebbe imboccato e pettinato. Gli avrebbe sorriso qualunque fosse stato il suo stato d’animo. Avrebbe preparato il pranzo di Natale e si sarebbero messi a tavola senza ringraziare il Signore.
Era questo che aveva fatto Nicole per undici anni. Da quando l’ostetrica le aveva comunicato con le lacrime agli occhi che il suo bambino era diverso. Già. Diverso. Si comprende il significato di questa parola solo dopo molti anni. Quando si vedono le aspirazioni legittime di genitore tradite, offese, oltraggiate, soffocate. Si vorrebbe dare a quella creatura la gioia di un sorriso, ma non si può.
Handicappato fisicamente e mentalmente. Incapace di provvedere a sé stesso. Ci si guarda negli occhi e ci si chiede perché si è messo al mondo un figlio in quelle condizioni. La risposta tarda ad arrivare. Gli anni passano. Il sacrificio diventa consuetudine, il dolore quotidianità. La vita va avanti, ci si fa forza a vicenda finché poi non si rimane soli.
Luca si stava guardando nello specchio dell’armadio di fianco al letto. Si era tirato su. Era seduto con i piedi che penzolavano a pochi centimetri dal pavimento. A Nicole piacevano i letti alti. L’unico modo per alzare il letto fu quello di mettere due materassi uno sull’altro.
Sorrise. Quello era un buon ricordo. Non uccideva.
Portare quei due materassi era stato esilarante. Era questa la parola che usava Nicole nel ricordare quel sabato mattina. Esilarante. Luca si era sempre chiesto dove avesse sentito quella parola. Lui la trovava lontana dal loro modo di parlare ma il modo in cui Nicole la pronunciava sporgendo in fuori le labbra e scuotendo impercettibilmente la testa era adorabile.
Luca sorrideva mentre due lacrime gli scendevano sugli zigomi fermandosi sulla barba ispida. Si asciugò gli occhi con la mano, trasse un profondo respiro e cercò di ricacciare quei ricordi nel passato nel quale erano sepolti. Non aveva né tempo né voglia di lasciarsi travolgere dalla malinconia. Almeno non quella mattina. Era Natale.
Si infilò le pantofole e si diresse alla cassettiera di fronte al letto. Aprì il primo cassetto. Estrasse due buste da lettera e le ripose sul lucido piano del mobile in modo che fossero bene in vista.
Era il posto dove solitamente metteva le bollette da pagare, i promemoria per le medicine e le visite mediche per Anthony.
Se si fosse dimenticato le avrebbe notate Marta.
Già, Marta. Cosa ne sarebbe stato di loro senza di lei? Non c’era giorno che non se lo chiedesse. Marta abitava nell’appartamento di fianco al loro. Era lei ad occuparsi di Anthony mentre Luca era fuori per lavoro. Era lei che si occupava della casa e che gli faceva trovare sulla tavola almeno un pasto caldo. Aveva praticato la professione di infermiera per circa quarant’anni. Adesso era in pensione e invece di passare i suoi ultimi anni su una nave da crociera aveva deciso di occuparsi di loro due. Era la prova vivente che gli angeli esistono.
Nicole e Luca. Adottati da lei fin dal giorno in cui presero possesso dell’appartamento assegnato dal comune. Era una donna semplice, ma dai ferrei principi morali. Era stata abbandonata da sua figlia Roberta un mese prima del loro arrivo. In pratica da quando si era rifiutata di ospitare a tempo indeterminato il fidanzatino cocainomane di Roberta che usava ornare il volto della sua bambina con lividi ed escoriazioni. Non lo faceva perché fosse un gran figlio di puttana ma, come diceva la figlia, perché lo faccio innervosire con le mie stupide domande, è colpa mia, me lo merito. Lui non c’entra niente.
Se fosse ancora vivo il mio Samuele, diceva sempre Marta, lo avrebbe preso a calci là dove non batte il sole! Ma suo marito era morto da cinque anni e la sua educazione non le permetteva di prendere una padella e spedire quell’avanzo di società in un letto d’ospedale con il cranio spaccato.
Da quel giorno non seppe più niente della figlia, in compenso ci guadagnò dieci punti di sutura sul mento e un labbro spaccato. Fu il saluto di addio che le riservò quell’angelo del genero, di animo troppo generoso per riservare solo alla sua adorata fidanzata quelle effusioni da pronto soccorso. Luca e Nicole all’epoca avevano l’età della figlia. Erano innamorati e gentili. Marta si attaccò morbosamente a loro. Divennero la sua nuova famiglia. In compenso loro acquisirono una dolce e discreta zia, sempre disponibile e sorridente. Ora Marta era diventata Tata. Così la chiamava Anthony. Da quando Nicole era morta era diventata indispensabile. Cara Marta.
Luca entrò in bagno. Rimase qualche minuto a osservare il suo viso riflesso nello specchio sopra il lavandino. Era un viso stanco. Un viso da perdente.
Come ogni mattina si fece la doccia e la barba. Poi, in accappatoio, tornò in camera. Aprì l’armadio. Frugò nelle tasche di una delle sue giacche. Prese qualcosa e con il pugno serrato si rimise seduto sul ciglio del letto dopo aver richiuso gli sportelli.
Guardò la sua mano sinistra. Quella chiusa. La strinse fino a farsi sbiancare le nocche poi l’aprì con decisione. Nel suo palmo c’era una chiave. Rimase qualche minuto a fissarla con le pantofole che accarezzavano il pavimento. No, non avrebbe più rimandato. Ormai era deciso. La prese con la mano destra e la infilò nella serratura del comodino di fianco il letto. La fece scattare. Solo mezzo giro. Afferrò la maniglia e aprì un piccolo cassetto.
Non aveva ancora acceso la luce. La stanza era in penombra e non si riusciva a vedere cosa ci fosse lì dentro. Ma lui lo sapeva. Era il suo regalo di Natale. Quello che non aveva scartato la sera prima. Infilò la mano in quella pozza scura e quando la ritrasse ben stretta nella mano c’era una pistola.
La posò accanto a sé, sopra il letto. Era una pistola a tamburo, simile a quella dei cow-boy ma molto più piccola.
Se ne rimase lì seduto, immobile, guardandosi nello specchio dell’armadio.
Quante volte ci aveva pensato da quando era morta Nicole? Quante volte aveva preso quella pistola per farla finita?
Non lo ricordava più.
Forse ogni mattina. Prima di vestirsi e di rifare il letto.
Voleva far sapere a Dio di essere lui a decidere come e quando morire. Non avrebbe disposto della sua vita come quella dei suoi cari. Quella mattina però era diversa dalle altre. Era Natale.
Luca era forte. Forse per questo il cielo si accaniva in quel modo contro di lui. Sembrava volergli dire: Voglio vedere quanto sei forte. Sono davvero curioso. Cosa mai dovrò farti ancora per mandarti al tappeto?
L’ultima mossa era stata notevole. Notevole e imprevista: Cancro. Sono desolato, gli disse il dottore mentre teneva in mano la risposta delle sue analisi. Hai tre mesi di vita, Luca, forse qualcosa in più se vorrai sottoporti…
Non riuscì più a sentire quella voce. Era improvvisamente piombato in un assoluto silenzio. Vedeva la bocca del dottore muoversi, ma non arrivava nessun suono. Poi, tutto cominciò a muoversi come in quelle giostre del luna park. E la luce si dissolse in un cupo nero che lo avvolse come un sudario.
Gli erano rimasti due mesi di vita. Aveva cominciato a prendere gli antidolorifici. Ancora poteva condurre una vita apparentemente normale. Era questo che voleva, non chiedeva altro. Ma quella mattina era diversa, non per la sua malattia ma per l’ennesima mossa di quel destino che si ostinava a non lasciare la presa.
Il giorno precedente, l’ultimo prima della chiusura, il Municipio gli aveva comunicato che non avrebbe potuto fornire i servizi di assistenza domiciliare richiesti e che la carrozzella per Anthony non sarebbe stata disponibile. L’espressione che gli era piaciuta di più era: a tempo indeterminato.
Anthony non usciva da casa da tre anni. Mio Dio. Tre anni. Tre stramaledetti anni di lotta con il Municipio per avere ciò che era in suo diritto. Solo con il suo stipendio non avrebbe potuto provvedere a tutte le necessità di Anthony. E non aveva neanche i soldi per un avvocato. Era solo contro un muro di indifferenza. Lo stesso muro di sempre, è vero. Ma ora c’era qualcos’altro. Qualcosa che cresceva dentro di lui trascinandolo di peso in una fossa due metri per uno.
Era stanco. Stanco di quella battaglia. Stanco di sentirsi rispondere di no, stanco delle alzate di spalle, stanco di dover lottare per riuscire appena a sopravvivere.
Luca guardò il piano della cassettiera ai piedi del letto. C’erano due buste, una riportava il timbro del Municipio. Conteneva il nome del funzionario che aveva preso quella decisione. C’era la sua firma in fondo alla pagina. La carrozzella sarebbe dovuta essere il suo ultimo regalo a Anthony prima della sua morte. Ma quel funzionario non glielo aveva permesso.
Il suo sguardo si spostò sulle lancette dell’orologio. Segnava le sette e trentacinque. Quando le lancette segnarono le sette e trentasei sentì scattare la serratura della porta di casa. Era Marta. Come sempre richiuse la porta delicatamente per non svegliare Anthony. Seguì un bisbiglio dal corridoio: “Luca, sei sveglio?”
Luca si alzò. Si diresse verso la cassettiera. Scostò il tappeto spingendolo sotto il letto.
“Luca, ci sei?” Ora Marta doveva trovarsi davanti la porta di Anthony.
Luca si puntò la pistola alla tempia e sottovoce disse: “Sto arrivando, Nicole.”
Un boato fece trasalire Marta che dallo spavento per poco non cadde a terra. Accorse nella camera da letto. Luca era riverso sul pavimento in un lago nero. Si sentiva puzza di carne bruciata.
Martha non ebbe il coraggio di accendere la luce e poi c’era Anthony che stava urlando nel suo letto.
Questa volta Luca non era lì per abbracciarlo. Ma Anthony non se accorse, c’era Tata con lui. Per ora bastava.
Come ogni mattina Anthony fu lavato, vestito, imboccato e pettinato. E come ogni mattina Anthony ricevette il suo sorriso.
Un sorriso che quella mattina sapeva di morte.



Come promesso, vi svelo ciò che il destino ha riservato a Luca e Anthony. Nessuna pallottola ha perforato il cranio di Luca sporcando il pavimento con il suo sangue. No, perché Luca non si è ucciso. Coraggiosamente si trascina dietro la propria malattia rimandando il più possibile l’incontro con la morte. A impedirgli di premere il grilletto è stata la sensibilità di un funzionario pubblico che si è adoperato per dare ad Anthony la tanto sospirata carrozzella.
Oggi, solo pochi mesi dopo quel Natale, Anthony ha la possibilità di uscire, di incontrare persone, di poter passeggiare in un giardino. Ci sono voluti tre anni e il fortunato incontro con questo paladino per restituirgli la dignità.
È davvero penoso come le persone non abbiano il minimo rispetto dell’altrui sofferenza, di come l’indifferenza sia entrata in loro. Divorandoli, giorno dopo giorno. È penoso pensare che la vita di un uomo sia legata a pochi centimetri di inchiostro segnati sul fondo di uno stupido pezzo di carta regalato proprio il giorno di Natale.



3 commenti:

AngoloNero ha detto...

Grazie :)

Sam T. Stoner ha detto...

Grazie a te per l'opportunità di essere presente in un'antologia di questo livello. Un battesimo importante con una madrina d'eccellenza: l'Angolo Nero.

Stella ha detto...

Bello e terribile.